Andrea CassanelliPrima di questa esperienza non sapevo esattamente cosa aspettarmi.

Non conoscevo bene chi sarebbe venuto con me in viaggio, né cosa avrei trovato là, in Uganda.

Il 7 di novembre siamo partiti alla volta di Entebbe, prima breve tappa del viaggio.

Dopo diverse ore siamo arrivati a destinazione, in piena notte. Il primo albergo in cui abbiamo soggiornato era bene o male come mi aspettavo: spartano, ma accettabile.

Da lì è cominciata la parte più semplice dell’intera avventura: l’attesa. I successivi tre giorni (o forse quattro: il concetto di tempo è davvero particolare là) li abbiamo passati visitando alcuni luoghi che fanno parte del patrimonio naturalistico Ugandese, in attesa di Padre Paolino, che stava ancora finendo un ritiro in quel di Gulu (città nel nord dell’Uganda).

Prima tappa, Ssese Islands. Tre ore di traghetto ci hanno condotti in un posto incredibile: un arcipelago di isole nel bel mezzo di un lago, il Lago Victoria, così grande da sembrare un mare.

Giusto il tempo di arrivare, dormire, e siamo subito ripartiti verso nord, per avvicinarci a Gulu, dove avremo poi incontrato Padre Paolino.

Due notti nel parco nazionale di Murchison Falls. La prima è stata un’avventura perché, visto il ritardo, abbiamo rischiato di non poter dormire nel campeggio. Chiaramente l’idea di fare altre tre ore di bus in piena notte per tornare alla città più vicina non era contemplata: dopo un po’ di negoziazione col capo dei rangers siamo riusciti a passare.

Il giorno dopo è stato all’insegna del “riposo”. Abbiamo fatto un giro nel parco nazionale per vedere da vicino i tanti animali che vivono in quell’area, elefanti compresi, e abbiamo ammirato le cascate del Nilo. Il giorno dopo siamo ripartiti di nuovo: Gulu!

Rivedo Padre Paolino dopo un bel po’ di anni (l’avevo visto la prima volta a Gherghenzano ad un pranzo per raccogliere fondi, quando ero un bambino) e l’impressione che mi fa è la stessa della volta precedente: un vecchietto stanco, un po’ malato, ma pieno di energia, mosso come da un fuoco - impressione che si sarebbe poi riconfermata a più riprese durante tutta la nostra permanenza in Uganda.

Andrea nel ruolo di interpreteDa qui in avanti affronterò quella che per me è stata la parte più impegnativa del viaggio. Non essendo una vacanza, dovevo aspettarmelo.

Il fatto è che certe cose non si riescono a capire fintanto che non ci si sbatte contro.

Da qui, si cominciano a vedere i segni distintivi del terzo mondo, cose che fino ad ora avevo solo immaginato o visto in tv e non avevo visto in altre parti del mondo.

Capanne di fango con il tetto di paglia, bambini che ovunque corrono incontro al bus salutando l’uomo bianco, sguardi attoniti di persone che probabilmente non ne vedono spesso da quelle parti.

Ore e ore sul bus ci conducono alla fine a Rushere, meta principale del viaggio. Sento Mauro, mio padre e tutti gli altri parlare delle missioni, di come siano migliorate.

Io non ho termine di paragone, ma sicuramente l’impressione che ho è positiva: si respira un’aria carica di energia e voglia di crescere in ogni scuola che visiteremo nei giorni successivi.

I maestri sono tutti giovani e volenterosi di dire la loro quando Padre Paolino gli fa visita insieme a noi. Quello che più mi ha impressionato è stata sicuramente l’accoglienza che ci ha riservato ogni singolo istituto che abbiamo visitato: file di bambini felici ad accoglierci, canti, balli, tamburi. Sono felici di vederci perché significhiamo speranza, istruzione, migliori condizioni di vita.

Personalmente i primi giorni ho fatto una fatica incredibile ad ambientarmi perché non mi sentivo degno di tutto questo… In fondo cosa ho fatto di così incredibile ?

Eppure ci hanno accolti come noi siamo soliti accogliere le rockstar.

Non avendo uno storico in questo tipo di esperienze per me è stato inizialmente traumatico e man mano che passavano i giorni, questa mia sensazione si trasformava in lucido rispetto e in grandissima voglia di dare una mano come possibile.

Ci si rende conto soltanto stando lì in mezzo a loro di cosa voglia dire essere felici per riuscire finalmente ad ottenere qualcosa che per noi è scontato. Pagherebbero oro anche solo per bere l’acqua del rubinetto che noi usiamo per le piante. Incredibile, no?

Lì ci sono problemi diversi dai nostri. Per questo, da più giovane esponente di Oltre Le Parole mai andato in Uganda, mi sento di consigliare a tutti, soprattutto a ragazzi giovani come me che abbiano la voglia e la forza di voler capire cosa è davvero importante, di approfittare del prossimo viaggio che si organizzerà per andare a visitare Padre Paolino, perché è un’esperienza incredibile.

Solo vivendo quelle situazioni ci si può rendere conto di cosa voglia dire vivere nel nord del mondo oggi.

Andrea Cassanelli