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Dal 27 luglio al 12 settembre 2008 il presidio sanitario di Kyeibuza sito nel territorio di Nyabushozi e gestito dai missionari comboniani da sei anni, stato nelle mani dei giovani medici provenienti dalle universit romane in Italia...
Missione di Rushere: guarire gli ammalati che accorrevano Gesù.
La Chiesa di Cristo continua l’opera misericordiosa del suo Signore.
Anche a Rushere la Missione salvatrice di Cristo continua.
Le nostre strutture sanitarie, in verità non molte ma ben operanti, hanno bisogno di aiuti e di personale.
Ogni anno vi è un piccolo gruppo di giovani dottori che studiano a Roma, che vengono ad aiutare per un tempo, breve ma preziosissimo. Do la parola a loro.
La relazione sull’esperienza dei medici di Roma
Dal 27 luglio al 12 settembre 2008 il presidio sanitario di Kyeibuza sito nel territorio di Nyabushozi e gestito dai missionari comboniani da sei anni, è stato nelle mani dei giovani medici provenienti dalle università romane in Italia.
L’esperienza dei giovani era finalizzato ad uno stage di perfezionamento degli studi fatti. Entrambi sono africani desiderosi di mettere a disposizione dei loro fratelli tutto il bagaglio di studi accumulati negli anni passati. Il loro arrivo è stato accolto dai missionari come un segno di provvidenza, considerato il momento critico che stava affrontando il centro di cure a causa di una momentanea mancanza di personale qualificato, situazione che avrebbe reso concreto il rischio di chiusura. I due medici si sono dovuti rimboccare le maniche ancor prima di aprir le loro valigie per la mole di pazienti che li attendeva. Fra tante persone che parlavano a loro lingue sconosciute, i segni delle malattie che i due medici erano pronti a riconoscere ed il loro dolore dipinto sui volti dei pazienti, hanno prevalso su ogni barriera comunicativa.
Infatti ai due medici è stata necessaria al di là della lingua, una buona dose di volontà per far fronte a tante persone bisognose di cure.
La migliore testimonianza di tutto questo sono le parole dei diretti protagonisti: “ogni mattina presto, dopo una colazione frettolosa andavamo di corsa all’ospedale e nonostante l’ora vi era già una folla!”, dice il dottor Hans. Si cercava di dare priorità ai bambini ma il flusso dei malati era così continuo ed irregolare che non era possibile stabilire un ordine operativo preciso ed il ritmo circostante ci ha spinto alla flessibilità. Al centro dell’attenzione era la persona del malato invece dell’orario di ambulatorio. Si passava dall’ambulatorio al giro visite degli ammalati ospedalizzati ed il tempo correva tanto veloce che alla fine della giornata ci rendevamo conto di aver servito una media di ottanta persone. Non avevamo neanche il tempo di sentire la stanchezza perché la soddisfazione di essere stati utili era tanto grande che se dovessimo fare altri 10 anni di medicina li faremmo volentieri!
Aggiunge la dottoressa Gertrude Nguimfack: “Questa esperienza più che servire a realizzarci professionalmente ci ha fatto rincontrare la nostra Africa che ha bisogno dei suoi figli per sopravvivere, e ci ha fatto assaporare l’incontro umano fra il malato e il dottore che fa uscire entrambe le parti rasserenati e rinvigoriti. Il malato guarisce e il dottore si riconosce un figlio tornato a dare il man forte ai suoi. La consapevolezza dei bisogni della missione ci rende testimoni di una missione sempre nuova e sempre valida che va al ritmo della persona in un mondo dove la tecnologia deve ancora sbarcare”. Nonostante i bisogni, nonostante le mancanze, il sorriso dei poveri scalda i cuori di tutti gli uomini, che siano ricchi o poveri diventano fratelli perché è il calore umano, la genuinità e la semplicità delle persone a formare i legami più profondi. Pensavamo di dare ed abbiamo ricevuto, la gente aspettava da noi e questo ci ha cresciuti, in una parabolica idea di incontro perfetto. Vogliamo ringraziare quelli che hanno reso questa esperienza possibile, chi ci ha incoraggiato a venire, chi ha messo le mani in tasca per pagare i biglietti d’aereo e non solo, i missionari che hanno pregato in attesa di un segno dall’alto, quindi ringraziamo Dio che ci ha inviato come segno della provvidenza. Il percorso è definitivo, le aspettative sono tante, la disponibilità c’è ed è massima! Per tutti questi motivi vogliamo anche ringraziare chi renderà possibile la continuità di questa straordinaria esperienza.
Padre Paolino Tomaino
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