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Diario dall'Africa

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Mercoledì 24 Maggio 2006 00:00

19 aprile 2006 ore 6.45 partenza dall' aereoporto di Bologna con destinazione Entebbe - Uganda, alle 23.00 ero gi catapultata dall'altra parte del mondo, insieme ai miei tre compagni di viaggio e sotto la guida attenta ed esperta di Mauro.


Diario dall’Africa…


Nei 10 giorni di permanenza in Uganda ho avuto la possibilità di visitare le missioni di Rushere, Kyeibuuza e Burunga tutte situate all’interno della contea che si estende per circa 3.500 km2 e che rientra nella giurisdizione di Padre Paolino.
Ogni realtà nasce a partire dalla costruzione di strutture scolastiche in muratura, che vogliono man mano sostituire quelle insalubri, lugubri e anguste di fango; in alcuni casi è prevista anche la predisposizione di alloggi e refettori per consentire ai bambini non solo di studiare, ma anche di dormire e mangiare presso la missione. Le richieste di accoglienza presso le strutture di Padre Paolino sono molto numerose e spesso guidate dalla disperazione. Noi stessi durante il nostro soggiorno siamo stati testimoni del caso di due ragazzini rimasti orfani e senza casa che siamo andati a raccogliere in un villaggio sperduto su segnalazione di un’insegnante del posto. Ho verificato con i miei occhi quanto sia fondamentale non solo per la crescita e l’educazione, ma spesso per la vita stessa di questi bambini, la presenza di realtà come quelle create da Padre Paolino all’interno di quel territorio ancora così “selvaggio”.
I bimbi iniziano la loro giornata a scuola molto presto, verso le 7.00 e in media sono 11 le lezioni giornaliere, ognuna delle quali dura 1 ora. I momenti di pausa (“intervallo”) sono impiegati per recuperare l’acqua presso il pozzo più vicino, grazie all’inseparabile tanica, per lavare i propri indumenti, per curare la propria igiene personale o per sistemare il proprio giaciglio.
Solo una piccolissima percentuale (nemmeno il 2%) dei bimbi iscritti alle scuole gestite da Padre Paolino è di religione cattolica e questo ci può fare riflettere sullo spirito di quest’uomo, che è pur sempre un frate comboniano cattolico!
Dove è presente il refettorio, ai bambini vengono serviti la colazione, composta da latte, quando possibile zucchero e pane e due o tre pasti giornalieri, consistenti in una porzione di polenta di matoca o di mais e fagioli, la carne è prevista non più di una volta al mese.
L’acqua è uno degli aspetti più critici: in una regione denominata “dei laghi” in cui tale risorsa non manca affatto, il problema più grosso è il suo trasporto e la sua salubrità. Ecco quindi che nelle missioni i bambini ospitati hanno la possibilità di usufruire di pozzi e di cisterne, evitando in questo modo di fare tanti chilometri per reperire questa risorsa così preziosa e soprattutto riducendo la probabilità di contrarre malattie, molte delle quali mortali anche per l’impossibilità di acquistare i medicinali, attingendo a pozzanghere o acquitrini malsani.
Durante il nostro viaggio abbiamo avuto anche l’opportunità di visitare l’ospedale di Kyamuhunga. E’ stata grande la soddisfazione di chi ha partecipato alla sua faticosa ideazione e realizzazione, verificare che oggi sia ben funzionante, sotto l’attenta gestione di personale medico, infermieristico e impiegatizio locale e soprattutto sia stato già avviato un progetto per il suo allargamento.
Potrei ricordare anche che, in visita al Queen Elisabeth National Park, ho avuto l’enorme fortuna di vedere un numero notevole di animali e persino alcune leonesse ad una vicinanza straordinaria, tanto da riuscire a guardarle negli occhi, ma devo dire che dopo tutto quello che ho vissuto nei giorni precedenti, non mi viene nemmeno da segnalarlo!
2 maggio 2006 ore 8.30: sono già seduta davanti al mio computer a lavoro, rifondata nel mio mondo di tutti i giorno, ma credo e spero di essere una persona diversa…

Frammenti di sensazioni dall’Africa…

Non avevo mai pensato di potermi ritenere fortunata solo per il fatto di avere la possibilità di mangiare un pasto completo o per avere a disposizione quanta acqua desidero per bere e lavarmi, ma è proprio questa la prima sensazione che ho provato al rientro dall’Uganda potendo "finalmente" fare dopo 12 giorni una bella doccia calda!
I giorni trascorsi presso la missione di Rushere sono stati un condensato di emozioni, sensazioni ed esperienze che porterò dentro tutta la vita.
E’ terribile la situazione di miseria che ho potuto vedere con i miei occhi; lo è ancora di più pensando che ci sono persone che ancora oggi muoiono di fame, mentre dall’altra parte del mondo ce ne solo altre la cui preoccupazione principale è lo shopping, me compresa (forse volendo essere eccessivamente autocritica!)….credo che tutto ciò non si possa e debba ignorare.
Mi sono sentita minuscola di fronte alle opere, ai progetti, alle idee di Padre Paolino, al suo esempio di vita dedicata agli altri.
Per quello che sono riuscita a cogliere, l’essenza del progetto su cui Padre Paolino investe sforzi e risorse e per cui richiede disperatamente il nostro aiuto è l’EDUCAZIONE. Educare significa mettere altri in condizione di camminare con le proprie gambe e questa idea prende forma nella costruzione di strutture SCOLASTICHE che accolgano i bambini, magari togliendoli da situazioni di disagio e consentendogli di vedere aprirsi una porta sul mondo, a partire dall’apprendimento della lingua inglese.
Sono tornata da questa esperienza convinta che sono tanti i modi in cui ognuno di noi può fare qualcosa, sforzandosi a capire, a cambiare atteggiamento, smettendo di far finta di nulla, non lasciando vincere la pigrizia o l’indecisione.

Vedere con i propri occhi potrebbe forse fare capire meglio a tutti quale è il vero senso di solidarietà.

Vorrei riportare una frase che ritengo molto vera che ho sentito proprio ieri in televisione a proposito di Africa : non è giusto parlare di solidarietà, ma è più corretto, socialmente, eticamente e moralmente parlare di "equità". E’ di equità che il popolo africano ha diritto.
Ma da questa esperienza torno non solo con un velo di amarezza per quello che si potrebbe fare e non si fa, ma anche con la forte consapevolezza che questo popolo può insegnare molto a noi che ci definiamo e crediamo tanto "civili".
Può insegnarci il vero senso di AMORE FRATERNO e di SOLIDARIETA’: ho visto una bimba di nemmeno 7 anni trasportare per un intero pomeriggio sulle proprie spalle il fratellino di pochi anni che non riusciva a camminare per una malformazione alle gambe.
Può insegnarci il vero senso della FESTA e del DIVERTIMENTO: nelle mie orecchie riecheggia il suono dei canti e dei tamburi, nei miei occhi rimarranno impresse le scene di ballo e le manifestazione di festa, di benvenuto e di saluto.
Può insegnarci il vero senso del RISPETTO: il silenzio e la compostezza di centinaia di bambini in fila attendendo il proprio turno per una bibita.
E poi c’è una consuetudine tipica della cultura africana che mi ha particolarmente colpita e mi ha fatto riflettere: in occasione di un evento particolare collettivo ogni partecipante ha l’abitudine di esternare i propri sentimenti, emozioni, considerazioni attraverso un "discorso" pubblico.
Personalmente ho vissuto con un po’ di disagio questa usanza, mi sono sentita quasi costretta a dire qualcosa e questo mi ha fatto riflettere sul fatto che la nostra società, i suoi ritmi ci hanno privati del vero gusto di esternare i sentimenti, siamo tutti affannati nella nostra quotidianità ed imbrigliati in uno strano senso di pudore, non siamo più abituati a manifestare i nostri stati d’animo più intimi.
E quindi mi sono chiesta: "perché si deve avere timore, vergogna o pudore ad esprimere i propri sentimenti?" …

Elena Giorgia Brazioli

 
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